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Insufficienza renale cronica

Il rene è un organo nobile del nostro corpo, deputato a diverse funzioni: la produzione di urina, la rimozione delle tossine metaboliche, la produzione di eritropoietina (utile al mantenimento dei normali valori di emoglobina) la regolazione dell’equilibrio acido base ed è infine fondamentale per la produzione di Vitamina D.

Nei casi in cui il rene non svolga più le suo funzioni o le svolga solo parzialmente si parla di insufficienza renale cronica (IRC), una malattia caratterizzata dalla riduzione della funzione renale a causa di un danno irreversibile a carico delle sue unità fondamentali chiamate glomeruli, con conseguente deficit di funzioni tubulari, metaboliche ed endocrine. La malattia presenta 5 stadi di gravità. Nell’ultimo stadio, quando ormai la funzionalità renale è ormai solo del 5-10%, i pazienti vengono indirizzati verso l’unica terapia che può vicariare la loro funzione: la dialisi. Contemporaneamente, se ritenuti idonei dal proprio nefrologo, possono iniziare l’iter di inserimento nella lista trapianto di rene.

Cause: la causa principale di IRC nei paesi occidentali è rappresentata dal diabete seguito dall’ipertensione arteriosa e dalle malattie cardiovascolari; a seguire troviamo le patologie primitive del rene, chiamate glomerulonefriti. Tra i fattori di progressione, ruolo predominante è svolto dall’obesità e dal fumo di sigaretta.

Manifestazioni cliniche: L’IRC è indolente e i sintomi si manifestano solo negli stadi più avanzati della malattia. Tra i più frequenti ricordiamo l’affaticamento muscolare, spesso secondario al calo dei valori emoglobinici e l’ipertensione arteriosa. Progressivamente possono comparire inappetenza e dolori ossei secondari ad alterazioni dell’equilibrio acido base e del metabolismo del calcio e, nelle fasi finali di malattia, sovraccarico idrico, nausea, vomito, aritmie cardiache.

Diagnosi: la diagnosi si basa essenzialmente sul riscontro di elevati valori di creatinina ed azotemia a cui possono seguire, nei casi più gravi, elevati valori di potassiemia e bassi valori di calcemia, che possono esser causa di complicanze cardiache, come aritmie e alterazioni della conduzione elettrica del cuore, tali da mettere a repentaglio la vita.

Utili ai fini diagnostici sono anche esami ematici di secondo livello (emogas analisi venosa, fosforemia, Paratormonemia) e l’esecuzione di una ecografia dell’apparato urinario.

Terapia: la terapia farmacologica è utile nel rallentare la progressione di malattia ma non ad arrestarla. Per tale motivo risulta fondamentale un rapporto costante nel tempo con un nefrologo di fiducia che possa mettere in atto tutte le strategie farmacologiche e dietetiche per ridurre al minimo le complicanze di questa malattia.

La malattia però, come dicevamo, in una certa percentuale di casi evolve verso l’insufficienza renale terminale con necessità di avviamento al trattamento dialitico. In questo caso il paziente può optare per uno dei due tipi di dialisi: l’emodialisi o la dialisi peritoneale.

L’emodialisi è una metodica di depurazione extracorporea in cui il sangue viene depurato attraverso il passaggio in una macchina chiamata “rene artificiale” che possiede al suo interno un filtro deputato alla depurazione del sangue dalla tossine uremiche.

Per fare ciò è però necessario l’accesso al circolo sanguigno attraverso il posizionamento di un catetere venoso centrale, o l’ allestimento di una fistola artero-venosa, una comunicazione cioè tra una vena e un’arteria del braccio. 
Ogni seduta terapeutica dura in genere dalle quattro alle sei ore e di solito viene condotta tre volte alla settimana. Le complicanze più frequenti sono rappresentate dall’astenia cronica, dall’ipotensione e dalle aritmie cardiache intra e post dialitiche, dai crampi muscolari.

La dialisi peritoneale invece utilizza come filtro depurativo, il peritoneo, una membrana presente nel nostro organismo, venendo pertanto definita dialisi intracorporea. Essa prevede il posizionamento di un catetere a livello addominale attraverso il quale far entrare nell’addome un liquido dialitico a base di glucosio ed elettroliti. Tale liquido rimane “in sosta” nell’addome per circa quattro ore dopodiché viene scaricato, carico di tossine uremiche, e rimpiazzato con nuovo liquido. Questo proceduta deve essere ripetuta dalle 2 alle 5 volte al giorno, a seconda della gravità dell’insufficienza renale, per tutti i giorni. La maggiore complicanza di questa metodica è la peritonite (infezione del peritoneo), motivo per cui si richiede ai pazienti estrema pulizia del corpo e delle mani al momento della scambio dialitico.

Considerazioni finali: il consiglio è di eseguire annualmente uno screening della funzione renale soprattutto nei pazienti affetti da diabete mellito, ipertensione o cardiopatia. Utile eseguire la visita specialistica nefrologica in caso di primo riscontro di elevati valori di creatinina o azotemia o in caso di loro rapido peggioramento. Il nefrologo inoltre potrà aiutarvi anche in presenza di una recente comparsa di ipertensione arteriosa o quando questa sia mal controllata dalla terapia farmacologica in atto.

Dott. Francesco Cosa

Nefrologo

2 Ottobre 2018 / da / in,

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